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Cinquantiquattro giorni collegato all’Ecmo rappresentano un periodo eccezionalmente lungo per un bambino di appena due anni e comportano rischi significativi per gli organi vitali. Tuttavia, le capacità di recupero dei pazienti pediatrici possono essere sorprendenti.
A spiegarlo è il cardiochirurgo pediatrico Carlo Pace Napoleone, direttore della cardiochirurgia dell’ospedale infantile Regina Margherita, commentando la situazione del piccolo ricoverato dopo un trapianto cardiaco fallito e attualmente in supporto extracorporeo.
Secondo lo specialista, già dopo 2-3 settimane di Ecmo nei bambini iniziano a comparire complicanze importanti: superare i 50 giorni significa esporsi a un deterioramento progressivo soprattutto di reni, fegato e polmoni.
Il fattore decisivo per le prospettive cliniche resta l’eventuale presenza di danni neurologici. Se il cervello non è stato compromesso, le possibilità di recupero cambiano sensibilmente, anche dopo un supporto prolungato.
I bambini, sottolinea il cardiochirurgo, non possono essere paragonati agli adulti anziani: l’età molto giovane consente talvolta recuperi insperati anche in condizioni critiche.
Il piccolo risulta in cima alle liste nazionali e internazionali per un nuovo trapianto cardiaco, ma l’intervento dipende da variabili complesse: compatibilità di peso e gruppo sanguigno del donatore e condizioni cliniche sufficienti ad affrontare una nuova operazione.
Tra le ipotesi valutate vi è l’impianto di un sistema di assistenza ventricolare pediatrico, noto come Berlin Heart.
Si tratta di un dispositivo esterno che supporta il cuore mediante cannule collegate ai ventricoli, permettendo un’assistenza più lunga rispetto all’Ecmo. Tuttavia nei bambini comporta criticità rilevanti:
Per questo, anche se teoricamente praticabile, l’impianto non garantisce un miglioramento dell’esito e richiede un’attenta valutazione multidisciplinare e il pieno coinvolgimento della famiglia.
Il cardiochirurgo invita inoltre a evitare espressioni mediatiche improprie come “cuore bruciato” o “carbonizzato”. Il danno, spiega, deriverebbe da un eccessivo raffreddamento dell’organo durante la procedura, non da una combustione o necrosi da calore.
Nonostante la criticità della situazione, lo specialista evidenzia anche l’eccezionalità del lavoro svolto dall’équipe che ha mantenuto funzionante l’Ecmo per un tempo quasi doppio rispetto alla soglia generalmente sostenibile nei bambini piccoli.
Un dato che testimonia, conclude, sia la gravità del caso sia l’elevato livello di gestione clinica necessario per mantenere in vita il paziente in attesa di una nuova opportunità di trapianto.
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