La dieta che fa bene al cervello: cosa rivela lo studio sul digiuno intermittente

Il digiuno intermittente non riguarda solo il peso: una ricerca suggerisce possibili effetti su cervello, metabolismo e infiammazione. Uno studio rivela informazioni preziosissime sul suo funzionamento.
L'immagine mostra un orologio circondato da cibi salutari, per meglio specificare il digiuno intermittente.

Negli ultimi anni il digiuno intermittente è diventato uno dei modelli alimentari più discussi, spesso associato al controllo del peso e al benessere metabolico. Ora, una nuova ricerca accende i riflettori su un altro possibile ambito di interesse: la salute del cervello.

Secondo uno studio condotto da un ampio gruppo di istituzioni italiane e internazionali, questo schema alimentare potrebbe essere collegato a miglioramenti nelle funzioni cognitive e a una riduzione di alcuni processi infiammatori cerebrali. I risultati invitano però a leggere il digiuno intermittente come uno strumento da comprendere, non come una soluzione universale.

Lo studio e le istituzioni coinvolte

La ricerca nasce dalla collaborazione tra la Scuola Superiore Sant’Anna, l’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr, l’Università di Pisa, la Scuola Normale Superiore e la University of California Irvine.

I risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Acta Physiologica e mettono a confronto tre diversi modelli alimentari: una dieta ricca di grassi, una dieta bilanciata quotidiana e il digiuno intermittente.

Digiuno intermittente: di cosa si parla davvero

Il digiuno intermittente non è una dieta nel senso tradizionale, ma un’organizzazione dei tempi dei pasti. Si basa sull’alternanza tra periodi in cui si mangia e finestre temporali di digiuno.

La modalità più conosciuta è il 16:8, con 16 ore di digiuno e 8 ore dedicate ai pasti, ma esistono diverse varianti: dal 12:12 al 14:10, fino ai modelli settimanali come il 5:2 o il digiuno a giorni alterni. Ciò che accomuna questi approcci non è tanto cosa si mangia, quanto quando.

Cosa ha effettivamente osservato la ricerca

Lo studio ha analizzato le risposte metaboliche e comportamentali legate ai diversi regimi alimentari. Il passaggio da una dieta ricca di grassi a una dieta bilanciata o al digiuno intermittente è risultato associato a una riduzione del peso corporeo e della massa grassa, oltre a un miglioramento della tolleranza al glucosio.

Tuttavia, l’aspetto che ha attirato maggiore attenzione riguarda il cervello: solo il digiuno intermittente è stato associato a una diminuzione degli stati infiammatori cerebrali e a cambiamenti positivi sul comportamento, come una riduzione dell’ansia e un aumento dell’esplorazione.

Il ruolo del succinato nel metabolismo e nel cervello

Al centro dei risultati emerge il succinato, una molecola coinvolta nel metabolismo energetico cellulare. La ricerca suggerisce che questa sostanza agisca come ponte tra metabolismo e cervello, influenzando i processi infiammatori.

Durante il digiuno intermittente, i livelli di succinato diminuiscono nel plasma e aumentano in alcuni tessuti come fegato e tessuto adiposo.

Questo riequilibrio sembra associato a effetti positivi anche sull’umore. Secondo i ricercatori, il succinato potrebbe rappresentare uno dei meccanismi chiave attraverso cui il digiuno intermittente esercita i suoi effetti sul sistema nervoso.

Memoria, attenzione e infiammazione

I risultati suggeriscono che il digiuno intermittente possa essere collegato a migliori prestazioni cognitive, in particolare per memoria e attenzione. A ciò si affianca una riduzione dell’infiammazione cerebrale, un processo che negli studi scientifici viene spesso messo in relazione con l’invecchiamento e con alcune condizioni neurodegenerative.

È importante sottolineare che lo studio non parla di prevenzione o cura, ma di associazioni biologiche che aiutano a comprendere come il cervello risponda a determinati stimoli nutrizionali.

Benefici potenziali, ma non per tutti

Il digiuno intermittente viene spesso presentato come una strategia “semplice”, ma non è automaticamente adatta a chiunque. Cambiare i tempi dei pasti può influenzare energia, umore e gestione quotidiana del cibo. Inoltre, persone con condizioni specifiche, terapie in corso o bisogni nutrizionali particolari potrebbero non trarne beneficio. Gli stessi ricercatori sottolineano che i risultati aprono la strada a nuovi approcci nutrizionali, ma non sostituiscono una valutazione personalizzata.

Cosa significa per la salute del cervello

Questa ricerca contribuisce ad ampliare la comprensione del legame tra alimentazione e cervello. Mostra come non solo la qualità, ma anche il ritmo dell’alimentazione possa influenzare i meccanismi biologici legati alle funzioni cognitive. È un campo in evoluzione, che richiede ulteriori studi e cautela nell’applicazione pratica, soprattutto fuori dai contesti sperimentali.

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