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Le autorità sanitarie dell’India sono impegnate nel contenimento di un nuovo focolaio del virus Nipah nello Stato del Bengala Occidentale, dove sono stati confermati diversi casi, tra cui operatori sanitari. Secondo fonti ufficiali, decine di contatti stretti sono stati posti in quarantena preventiva e sono state attivate misure straordinarie di sorveglianza negli ospedali dell’area di Kolkata.
Il Nipah è considerato uno dei patogeni più pericolosi al mondo dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Non esistono vaccini né terapie specifiche: le cure disponibili sono solo di supporto. Il virus può causare sintomi iniziali simili all’influenza, febbre, mal di testa, dolori muscolari, per poi evolvere in gravi complicazioni neurologiche come encefalite, convulsioni e coma.
Il Nipah è un virus zoonotico: il suo serbatoio naturale sono i pipistrelli della frutta. Il contagio può avvenire tramite il consumo di frutta o bevande contaminate, il contatto con animali infetti (in particolare i suini) o attraverso la trasmissione da persona a persona, soprattutto in ambito ospedaliero. Il tasso di letalità varia dal 40 al 75 per cento, a seconda del ceppo e della capacità di risposta del sistema sanitario.
L’emergenza indiana ha spinto anche altri Paesi asiatici ad alzare il livello di guardia. In Thailandia, le autorità sanitarie hanno intensificato i controlli negli aeroporti internazionali, con particolare attenzione ai passeggeri provenienti da aree colpite come il Bengala Occidentale e il Bangladesh. Sebbene il virus sia stato rilevato in alcuni pipistrelli locali, Bangkok sottolinea che il rischio maggiore è legato all’arrivo di persone già infette dall’estero.
Identificato per la prima volta nel 1999 in Malesia, il Nipah ha causato negli anni focolai ricorrenti in Asia meridionale, in particolare in India e Bangladesh. La combinazione tra alta mortalità , difficoltà di diagnosi precoce e assenza di vaccini lo rende una minaccia prioritaria per la sicurezza sanitaria globale.
Le autorità invitano la popolazione a evitare il consumo di frutta potenzialmente contaminata, a mantenere elevati standard igienici e a segnalare tempestivamente sintomi sospetti, soprattutto dopo viaggi in aree a rischio.
Crediti immagine: CK Thanseer/REUTERS
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