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Per decenni la narrazione è stata sempre la stessa: l’autismo è una condizione prevalentemente maschile. I numeri sembravano confermarlo, con un rapporto di 4 bambini diagnosticati per ogni bambina. Ma uno studio rivoluzionario appena pubblicato sul British Medical Journal ribalta tutto: l’autismo colpisce le femmine tanto quanto i maschi.
Il problema non è nella biologia, ma nel sistema. Mentre “lui” viene individuato e supportato già alle elementari, “lei” spesso riceve un nome per le sue difficoltà solo nell’adolescenza o nell’età adulta, dopo anni di incomprensioni.
I ricercatori del prestigioso Karolinska Institutet di Stoccolma hanno condotto un’analisi monumentale, esaminando i dati di 2,7 milioni di persone nate tra il 1985 e il 2022. Monitorando questi individui dalla nascita fino ai 37 anni, è emersa una verità nascosta dai dati parziali del passato.
Se ci si ferma all’infanzia, la predominanza maschile sembra schiacciante. Ma estendendo lo sguardo all’età adulta, le curve si allineano. Lo studio mostra che intorno ai 20 anni il rapporto tra uomini e donne diagnosticati si avvicina drasticamente all’1:1.
I dati parlano chiaro:
Perché questo ritardo? Sebbene lo studio si concentri sui numeri, la comunità scientifica suggerisce che le donne siano più abili nel “masking” (mascheramento sociale), ovvero nell’imitare i comportamenti neurotipici per integrarsi, nascondendo le proprie difficoltà fino a quando le richieste sociali dell’adolescenza o del lavoro diventano insostenibili, portando al burnout.
“Queste osservazioni evidenziano la necessità di indagare perché le donne ricevano la diagnosi più tardi”, concludono gli autori dello studio. Il ritardo diagnostico non è solo un dato statistico: significa anni persi senza il giusto supporto psicologico, spesso con diagnosi errate (come ansia o depressione) che non centrano il vero punto.
Questo studio segna un punto di non ritorno: l’autismo non ha genere. È tempo che anche gli strumenti diagnostici smettano di averne uno.
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